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ARTICOLO APPARSO SULLA RIVISTA
“SPECCHIO” DEL 24 MAGGIO 2003 – N°374
IL SOGNO DI VIVEREUSARE
IN AFRICA LE STESSE ARMI UTILIZZATE IN EUROPA. PARTE DAL MOZAMBICO IL PROGETTO DELLA COMUNITA’ DI SANT’EGIDIO CONTRO L’AIDS. L’HANNO CHIAMATO «DREAM». E'
il 13 agosto 1.990. Sulle colline vicino Roma, ai Castelli, in una
cornice discreta in mezzo al verde, c'è un piccolo tavolo pronto per il
pranzo. Si siedono per la prima volta da soli, uno
di fronte all'altro, RaulManuel Domingos, un guerrigliero che è capo
del dipartimento Relazioni estere della Renamo, e Armando Emilio Guebuza,
ministro dei Trasporti nel governo Mozambicano retto dal partito unico
(allora) Frelimo. Si fanno la guerra da quasi 15 anni e non si sono mai
parlati direttamente. Guidano le due delegazioni che dall'8 luglio del
1990, presso il quartier generale della Comunità di Sant'Egidio, hanno
avviato ufficialmente i negoziati di pace. C'è attesa e tensione. Hanno
smesso da poco di chiamarsi reciprocamente «bandidos armados» e «assassini».
La sblocco è venuto dal peculiare metodo diplomatico proposto dallo
storico Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio,
mentre le due parti non potevano essere più distanti: sottolineata l'africanità
che unisce le due delegazioni, l'essere «patrioti Mozambicani», ha
enunciato il principio che idealmente sarà alla base di 27 mesi di
trattative e, poi, del riuscito Accordo finale di Pace: «Ci viene in
mente un'espressione di un grande papa, Giovanni XXIII, che fu anche il
suo metodo di lavoro: preoccupiamoci di cercare quello che unisce
piuttosto che quello che divide. La preoccupazione di quello che unisce
può suggerire anche a noi un metodo di lavoro». La
lunga colazione di lavoro che permette di sbloccare questa questione
decisiva, nel caldo di ago- sto mitigato da vino bianco freddo e acqua
minerale, ha un momento non secondario nella scelta del menù. Il pesce
previsto potrebbe infatti diventare un incidente di percorso. II più
autorevole al tavolo ha diritto alla testa del pesce. A Sant'Egidio non
cadono nella trappola e servono due pesci arrostiti. I capi delegazione
ne ricevono uno, completo, ciascuno. Paradossalmente sono due pesci a
prefigurare il riconoscimento politico della controparte e a precedere
di poco la trasformazione dei «facilitatori» in «mediatori» che
renderà possibile il miracolo di una pace che regge da 11 anni. Era
cominciata nell'incredu1ità generale. Ma la dimensione della Comunità
di Sant'Egidio, internazionale ma senza grandi mezzi, la credibilità,
l'assenza di interessi economici o diversi da quello della pace
nell'inedito team dei mediatori, la conoscenza diretta del terreno e la
condivisione della sensibilità della popolazione civile, la flessibilità,
la pazienza, la cultura umana e del dialogo, la passione per un Paese
dimenticato, hanno fatto la differenza. La
pace è un miracolo, ma anche i miracoli hanno bisogno di simpatia,
aiuto, condizioni favorevoli per crescere. In
Mozambico chi nasce subito dopo quel 4 ottobre 1992 può sperare di
vivere appena un po' meno di 50 anni. È poco, ma è già una grande
conquista. Lo sviluppo e la democrazia devono fare il resto. Ma c'è
un'altra guerra, meno rumorosa, che è cominciata altrove e che non ha
più confini: l'Aids è ormai diventata una compagnia stabile in
un'Africa più vulnerabile degli altri. È come le sabbie mobili. Negli
anni Novanta, anche quando lo sviluppo del Paese è diventato a due
cifre, la speranza di vita: alla nascita è diminuita ancora ed è scesa
fino a meno di 40 anni. Un Mozambicano può sperare di vivere solo la
metà di un europeo, meno della metà di una donna italiana. Perché? Due
malati di Aids su tre nel mondo sono in Africa e più di 25 milioni di
africani devono misurarsi con il virus Hiv / Aids senza medicine e senza
possibilità di averne. A
Durban, nel 2000, ancora si sostiene che la lotta all' Aids non è una
priorità per l'Africa e si conferma che la prevenzione è l'unica arma
da usare. La prevenzione è un'arma necessaria ma è anche un'arma
spuntata. È, senza dirlo, una condanna alla scomparsa di un Continente
destinato a non avere più giovani, donne, maestri, niente. È in questa
situazione, quando ancora la comunità internazionale è largamente
concorde nell'escludere la terapia, perché troppo costosa e perché è
«troppo difficile da amministrare in Paesi senza infrastrutture e senza
condizioni igieniche di base sufficienti», che nasce l'idea e il
Progetto Dream della Comunità di Sant'Egidio. È
un sogno per tutta l' Africa. Ma
anche i sogni, per cominciare, hanno bisogno di un punto di partenza, e
la partenza è ancora una volta il Mozambico. I
dati sono già terribili: una persona su otto, su sette, è già immersa
nel problema, e l’onda d’urto più dura non è ancora arrivata del
tutto. Il
vaccino arriverà, ma senza intervenire subito per l’Africa non ci sarà
futuro. Nel
2010 la curva dell’epidemia scenderà per la contrazione drammatica
della popolazione a rischio, perché non ci saranno più ragazzi,
giovani, adulti in numero sufficiente per farla crescere. Ma è una
prospettiva inaccettabile. Inizia
così la lotta contro il tempo di Dream, che si propone di fare in
Mozambico e in Africa quello che è diventato già oggi possibile in
Europa, in America, nei Paesi ad alto reddito: convivere con l'Aids, non
morire più ma stabilizzarsi nello stadio in cui si è, nascere sani da
madri sieropositive, grazie ai farmaci già esistenti e disponibili.
Disponibili da noi, ma inaccessibili in Africa, 15 mila euro a persona
all'anno. Un lusso impossibile in un Paese in cui la spesa pro capite
all'anno per la sanità non arriva agli 8 euro. I
promotori di Dream sono sognatori, senza essere visionari. Si mettono a
creare le infrastrutture, a formare
un personale sanitario di tipo nuovo - perché non c'è tempo di avere
tutti i medici e gli infermieri necessari in un Paese che di medici ne
ha solo 400 su un territorio triplo dell'Italia - e un modello
organizzativo leggero, flessibile. La
formula che si rivela efficace ha questi ingredienti: i farmaci
cosiddetti «generici» (prodotti in India) meno costosi, il «mix» di
personale europeo volontario, altamente specializzato,a titolo gratuito,
e di personale locale retribuito, qualificato ex novo o riqualificato,
la priorità data all'interruzione della trasmissione verticale, da
madre a bambino, e alle donne che, curate, reggono il peso dell'intera
famiglia e a cui è legata la vita dei figli. I primi laboratori di
eccellenza di biologia molecolare, gratuiti, rendono possibile ciò che
nessuno ha il coraggio di pensare per un intero Paese. II governo
Mozambicano, con intelligenza, ci sta. Oggi
è finalmente possibile sapere se si è sieropositivi e sottoporsi alla
terapia. In un Continente dove i bambini orfani di Aids sono già 12
milioni e dove ogni cinque nuove persone con il virus una lo contrae
alla nascita, Dream ha progettato un piano di intervento che funziona
per far nascere, come in Europa bambini sani da madri sieropositive. Le
donne possono continuare a vivere. Medici, infermieri, maestri,
professionalità decisive per il presente e il futuro del Paese, vengono
raggiunti per primi dalla terapia. Educazione
sanitaria, piani nutrizionali,un approccio a tutto campo fanno il resto.
Si comincia a non morire più, a nascere sani e, soprattutto,è il primo
modello ad approccio globale che funziona in Africa e che è
replicabile. I costi sono tollerabili: con 500 euro l’anno si coprono
1e cure e il sostegno per una donna e un’intera famiglia per un anno.
Con 50 euro si aiuta un bambino a nascere e a rimanere sano. Ma dopo i primi fondi da 30 Ore per la Vita e Zecchino d'Oro, c' è bisogno di un flusso regolare. L'incontro con Alessandro Profumo e con UniCredito Italiano è decisivo. È proprio Profumo a credere nella necessità, per un grande gruppo bancario, di far crescere assieme al bilancio le proprie responsabilità sociali (non per vetrina). La Fondazione Unidea sta ancora nascendo quando il top management avvia con intelligenza la partnership con Sant’Egidio. UniCredito diventa il main sponsor. Il sogno non è più solo sogno. Unidea e Sant'Egidio, oggi: vincere 1'Aids in Africa non è più impossibile. - M.M. Mario Marazziti è dirigente della Comunità di Sant'Egidi
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