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Arte makonde, arte di
vita
I Makonde, una
popolazione che vive al confine tra il Mozambico e la Tanzania (attuale
diocesi di Pemba), narrano che molto tempo fa, nella foresta africana,
abitava un mostro selvaggio.
Non era né uomo
né animale e viveva sempre appartato. Non si lavava mai né si tagliava
i capelli. Beveva soltanto il minimo indispensabile per sopravvivere, un
giorno, visto un bell'albero, lo tagliò, lo sfrondò, ne tolse la
corteccia e scolpì una figura femminile. Era di una bellezza
indescrivibile. Compiaciuto della sua opera, il mostro volle tenersela
con sé per sempre. Una notte, però, la scultura divenne donna viva. Il
mostro se ne innamorò e l'amò. Giunto il momento di partorire, i due
si recarono al fiume. La donna partorì un primo figlio morto, quindi un
secondo, anch'egli morto; solo il terzo nacque vivo: era un uomo, il
primo makonde.
Questo mito sull'origine dell'uomo spiega
perché la figura femminile sia il soggetto principale e più frequente
della scultura di questo popolo.
I
Makonde non sono degli sconosciuti nel mondo dell'arte nera. Vi sono
opere anteriori al1900, esposte nei musei inglesi,tedeschi e svizzeri;
ma le radici culturali di quest' arte scultorea si perdono, nella notte
dei tempi.
Gli artisti si esprimono, principalmente in
tre generi plastici già da prima dell'epoca coloniale. Con il primo si
rappresentano teste di donna raffiguranti la capostipite, venerata e
invocata come protettrice nei viaggi, nelle avversità, nella maternità
e nella morte.
Il secondo è costituito da gruppi scultorei
in legno o creta, ad,uso didattico, con soggetti realistici, che
ritraggono scene di vita quotidiana atte alla formazione dei giovani.
Attraverso tali sculture, gli inizianti imparano i segreti della vita
lavorativa, coniugale, familiare e sociale, abbracciando tutto l'arco
vitale, dalla nascita alla morte.
Il
terzo genere fa capo alla maschera Mapiko, personificazione del maligno,
che era conservata in un tempietto situato in luogo appartato rispetto
al villaggio.
Era permesso vedere la maschera sacra solo
nelle cerimonie e nelle danze iniziatiche, di fertilità o di guerra.
Il Mapiko, circondato da tabù, infondeva il
terrore sacro e il segreto veniva rivelato solo ai giovani maschi in
ambito rituale; mai alle donne, che pure partecipavano alle danze
rituali.
La maggior parte delle composizioni attuali
degli scultori makonde non è più prodotta per fini sacrali o per fini
didattico-iniziatici, ma per il mercato.
Questo, tuttavia, non ha portato ad una
degenerazione del patrimonio artistico.
Il popolo makonde fu uno dei più avversi
all'occupazione coloniale. Basti pensare che fu l'unica etnia a sposare
in massa, ed in esilio, la lotta armata per l'indipendenza del paese.
L'impossibilità di esprimere la rivolta a parole, fece scoprir loro il
genere caricaturale a danno dei colonizzatori e della loro ingerenza
nelle milizie locali. Le incredibili sofferenze causate dal regime
dittatoriale generarono opere che simboleggiano il rigetto del potere,
espresse nel simbolismo tradizionale o in quello religioso-biblico.
Citiamo come esempio un bassorilievo di
Augusto Chilavi: il sacrificio di Caino e Abele. Caino, simbolo del
potere, è rappresentato da un uomo muscoloso che seduto superbamente,
mette legna sul fuoco, ma la fiamma non sale al cielo e si piega ad
angolo retto all’altezza della sua testa. Abele, mingherlino,
malnutrito, è accovacciato sui calcagni: il suo fuoco per la forza
della preghiera implorante, sale ascensionalmente a Dio.
Un altro artista, invece – Tarciso di Mutue
– ha scolpito una testa di donna con un’alta capigliatura da cui
scaturiscono figure contorte e sofferenti, rappresentanti la famiglia
che, continuamente, occupano e tormentano i pensieri della madre che non
sa come alleviare i tanti dolori provocati dalla guerra, dalla penuria
di beni e dalle torture.
L'arte makonde antica era un'arte sacra. Anche
le sculture didattiche, ritraenti scene di vita quotidiana, furono
concepite per uso rituale e destinate alla rivelazione mistica della
cultura ricevuta in eredità dagli antenati. Questa caratteristica
permane ancora oggi.
Impressionante
è la ricchezza creativa su di un medesimo soggetto:il sacro e il
profano, realismo e simbolismo si fondono in un'unità di movimento
dalla quale non è mai esclusa la lezione didattica.
Ogni figura, assorta in una dimensione
superiore, ha una carica misteriosa. Incantano anche le posizioni e le
espressioni personalizzate di ogni soggetto.
Nello stesso ujamà - il tipico albero
genealogico in cui le persone umane sono concatenate, quasi avvinghiate
l'una all'altra, capeggiato dalla testa dell'antenato (o dalla
"madre originaria), dal quale si origina il clan vivente - le forze
umane sono unite tra loro con linee curve in un flusso ritmico di azione
e contemplazione.
La simbologia dell'ujamà si presta molto
facilmente ad esprimere il concetto cristiano del corpo mistico di
Cristo.
I Makonde non sono dei «professionisti» e
lavorano nel tempo libero dal lavoro agricolo. Con disinvoltura le loro
mani callose maneggiano sia la zappa sia lo scalpello ed è dalla terra,
dalla vita quotidiana, dal villaggio con il suo humus culturale
mantenuto vivo dagli anziani, curvi sotto il peso degli anni, che essi
traggono l'ispirazione.